Come nasce il Viaggio - Indifferentemente

Come nasce il Viaggio - Indifferentemente

Questo brano vede i suoi albori nel 1963 dal genio musicale di Umberto Martucci, che già tre anni prima aveva vinto il Festival di Napoli con la sua Serenata a Mergellina, eseguita da Flo Sandon’s e Ruggero Cosi. Accompagnata dalla musica del Maestro Salvatore Mazzocco e dall’interpretazione di Mario Abbate e Mario Trevi, quando uscì Indifferentemente veniva indicata come la probabile vincitrice di quell’edizione. Purtroppo, a vincere fu Iamme ià, cantata da Claudio Villa e Maria Paris [1], ma raggiunse il meritato riconoscimento già l’anno successivo in una rappresentazione oltreoceano.

Mario Abbate, infatti, presentò il brano alla Carnegie Hall di New York nel 1964, con una rivisitazione dell’italo-americano Pino Ubaldo che gli valse un premio direttamente dal sindaco Robert F. Wagner Jr. Al suo ritorno in Italia, nel 1966, fu addirittura Mina ad eseguirla al teatro Metropolitan di Napoli con l’accompagnamento al piano di Augusto Martelli, dedicandola al suo autore che era proprio lì seduto in prima fila. Da quel momento, la canzone diventa la più richiesta dalle radio partenopee, prima su tutte Radio Olimpia con la sua trasmissione di punta, Tutta Napoli, fondata dallo stesso Abbate negli anni ’70 [2].

Anche questo brano parla della fine di una storia d’amore, e ritrae una coppia che, tenendosi per mano, si ritrovano al chiarore di luna per un ultimo saluto, prima che non ci sia più niente che valga la pena dire. “Tanto ‘o saccio che so’: pe’ te nun so’ cchiù niente!” dice lui a lei, aspettandosi a sua volta la conferma della fine della loro storia. La conferma arriva, metaforicamente, mediante il veleno, che viene preso subito proprio per non prolungare l’inutile agonia. Con un dolore, appunto, indifferente. Perché “ca indifferentemente, si tu m’accide, nun te dico niente”. Fino a quando, “indifferentemente, io perdo a te!”.

Questa disperazione sembra incarnare l’altra faccia della nostra Napoli, quella che tutti conosciamo... una “profonda disillusione espressa con un’intensità pari e contraria alla gioviale nostalgia di O’ surdato ‘nnamurato” [3].

Il confronto tra la coppia è quindi sbilanciato nella sua concentrazione di passione, una passione che come riporta Il Viaggio di NeaCo’ “ti esalta, ma ti lascia anche senza difese. E, quando tutto finisce... non hai più la forza neanche di soffrire. Potresti morire con indifferenza [4]”. Come fosse un tango, nello specifico il Libertango di Astor Piazzolla, “una scossa elettrica che scorre dentro una guaina di sensualità irresistibile” come scrive Marianna Moioli in un suo bel ricordo [5].

Il tango come espressione artistica prende il nome, probabilmente, dal latino “tangere”, toccare, e questo è dovuto all’estrema sensualità e vicinanza dei ballerini che lo praticano, e nasce nella fine dell’Ottocento e i primi anni Venti del secolo scorso tra l’Argentina e l’Uruguay, quando si fondono assieme generi di alta classe come la milonga, il candombe e l’habanera cubana, rivisitati però in chiave popolare all’interno dei diffusissimi quartieri periferici.

Anche il ballo si deve ad un’ibridazione tra le tradizioni locali e le danze africane, praticate inizialmente in ambienti affini alla prostituzione. Volendolo contestualizzare bisogna considerare che l’Argentina di quegli anni era “un crocevia dei flussi migratori provenienti da svariate parti d’Europa e non solo, ed anche in questo caso il potere inclusivo della musica fu la chiave per trovare un punto d’incontro tra le differenti culture” [6]

Il successo internazionale arriva soltanto dopo il 1910, quando questo genere sbarca definitivamente negli alti saloni delle capitali europee. In poco tempo diventa così una moda.

Anche perché, a testimoniare proprio la complessità del Paese e del suo tessuto sociale, attraverso questo genere si affidava alla musica la descrizione di temi essenziali come il tempo, l’amore e la morte. Solitamente, infatti, si trattava di testi malinconici che comunicavano rabbiosamente la nostalgia e i sogni di popolazioni più disparate, migranti, ma anche gauchos argentini che per la prima volta abbandonavano le campagne e i monti per approdare nelle metropoli.

Come scrisse egregiamente Arturo Pérez-Reverte, “il tango dà un passato a chi non ce l’ha e un futuro a chi non lo spera”, mentre vogliamo scomodare anche Jorge Luis Borges che lo definì un “pensiero triste messo in musica”. Definizione che si evolvette attraverso i versi di Enrique Santos Discepolo, paroliere del famosissimo tanguero Carlos Gardel, che lo convertì in “pensiero triste che si balla”.

Da racconto di uno stato d’animo la sua trasformazione in tradizione fu celerissima, e in breve tempo divenne quindi un punto fermo per gli argentini e per tutti quelli che di lì a poco lo sarebbero diventati.

È in questo contesto che El Gato, o El Gran Astor, come veniva appellato Astor Piazzolla, intervenne con una vera e propria rivoluzione: “Piazzolla inseriva strumenti inusuali come l’organo hammond, la batteria, la chitarra elettrica, il basso, il flauto, le percussioni; nelle composizioni incorporava elementi innovativi, presi dalla musica jazz, faceva uso di dissonanze e forme colte come la fuga”, dando vita, di fatto, a un nuovo genere, Il Tango Nuevo. Un’operazione destinata a sconvolgere per sempre le abitudini e i gusti di Buenos Aires.

Libertango, inciso da noi in Italia nel 1974 e vincitore di un Grammy nel 1998 come miglior brano strumentale, fa infatti parte dell’estesissima vena compositiva di Piazzolla che vanta all’incirca 3000 brani di cui almeno 500 registrati con orchestre o gruppi minori [7].

Indifferentemente e Libertango sono quindi uniti in un ballo che si svolge nel Viaggio di NeaCo’.

 

[1] Mario Trevi, e Umberto Martucci: Indifferentemente amici per sempre, Angelomauro Calza, angelomà.it

[2] Indifferentemente, Wikipedia

[3] L'oro di Napoli. Viaggio tra i tesori partenopei, Salvatore Setola, Ondarock

[4] Indifferentemente, Il Viaggio di NeaCo'

[5] Se fossi musica sarei... "Libertango", redazione, Yamaha

[6] Astor Piazzolla, passione e rivoluzione, Giulia Cucciarelli, Quinte Parallele

[7] Vedi nota 5

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